L’accoglienza del nemico nei Padri del deserto

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande nel deserto di Scete

Mi è stato chiesto per questo convegno di offrire qualche riflessione sull’accoglienza del nemico negli scritti dei Padri del deserto. I detti che citerò sono tutti tratti dall’edizione copto-araba Bustan al-Ruhban (‘Il giardino dei monaci’), tranne dove specificato diversamente.

Innanzitutto: che cosa significa accoglienza per i Padri del deserto? Agli albori della vita monastica l’accoglienza degli stranieri, e in generale l’amore per lo straniero (filoxenia), era molto importante per i monaci del deserto nonostante il fatto che, all’inizio della sua formazione, il monachesimo si fosse fondato su una presa di distanza dal mondo. I monaci compresero ben presto che l’accoglienza degli stranieri rappresentava una parte essenziale della vita cristiana, conformemente al comando della Scrittura, e poteva contribuire a bilanciare la solitudine dell’eremitismo e l’isolamento nel deserto. Inoltre, era un modo per praticare l’obbedienza e per imparare la pazienza verso le malattie e la debolezza fisica. Di abba Rufo leggiamo:

Vidi quattro ordini nel cielo: il primo, l’uomo infermo e grato a Dio; il secondo, chi pratica l’ospitalità e in essa persiste e serve; il terzo, chi persegue la solitudine e non vede uomo; il quarto ordine, chi vive nella sottomissione a un padre spirituale e gli sta soggetto per amore del Signore”[1]

Detto questo, è bene capire che cosa si intenda con nemico. Chi è il nemico per i Padri del deserto?

Se diamo un rapido sguardo all’Antico Testamento vedremo che la parola “nemico” appare più di quattrocento volte, quasi sempre indicando i nemici terreni, i nemici dell’uomo o del popolo ebraico.

Nel Nuovo Testamento la parola “nemico” appare più di trenta volta e indica o il nemico spirituale oppure il nemico terreno. Quest’ultimo Cristo ci comanda di amarlo: “Amate i vostri nemici” (Mt 5,44)

Negli scritti dei Padri del deserto con “nemico” si intendono principalmente due cose: gli spiriti maligni e coloro che riteniamo o si ritengono nostri nemici.

 

Gli spiriti maligni

Nel suo Testamento ai monaci dice abba Macario a proposito degli spiriti maligni che combattono i monaci e desiderano allontanarli dalla via di santità.

Sopportate le tentazioni che vi giungono dal Nemico e siate saldi nel combatterlo e nel resistergli poiché Dio verrà in vostro soccorso e vi donerà le corone della vittoria. Sta scritto infatti: Beato l’uomo che sopporta le avversità e diviene provato perché otterrà la corona della vita (Gc 1,12)[2].

In un suo testo, Giovanni Cassiano ricorda una conversazione intercorsa tra alcuni monaci sulle guerre del nemico:

Un gruppo di padri monaci si riunì presso abba Antonio per discutere su quale virtù fosse più perfetta e più capace di preservare il monaco da tutti gli inganni del Nemico[3].

Nella versione araba del Testamento di Giovanni Climaco leggiamo questo suo insegnamento:

Sappi, figlio, che stai andando a combattere contro lupi, tigri, leoncelli e bestie feroci. Non per giorni o per mesi né per pochi anni, ma per tutta la vita, affinché tu possa vincere il nemico[4].

Nella biografia in copto bohairico di abba Pacomio, leggiamo di un monaco presuntuoso che accolse il nemico sotto forma di una donna bellissima e della fine amara che fece e che possiamo immaginare[5].

Molti testamenti di padri spirituali ci raccomandano di non fare entrare il nemico nelle nostre celle. Nel “Paradiso dei santi padri”, la versione siriaca degli Apoftegmata Patrum, leggiamo di un anziano:

 Disse un anziano: “Come un viandante che cerchi ospitalità per un giorno non entra in casa a meno che il padrone non glielo comandi, così il nemico, se non è accolto dal monaco, non può entrare da lui”[6].

“Nemici” terreni

Dunque non è questo il nemico del quale desideriamo parlare. Con “accoglienza del nemico” intendiamo quindi l’accoglienza di quelle persone che venivano considerate “nemici”. Da un lato, abbiamo i briganti e i beduini: sappiamo infatti che il deserto era il covo perfetto per i ladri e che tribù di beduini attaccavano i cenobi per derubarli e distruggerli; dall’altro, il nemico è colui che, preso dall’ira e dall’odio, si rende nostro nemico.

Forse, uno dei testi più noti che parlano dell’accoglienza dei briganti che erano soliti rapinare le celle dei monaci, lo ritroviamo nella biografia di Giovanni il Persiano:

Raccontavano del padre Giovanni il Persiano che un giorno vennero da lui dei malfattori. Egli prese un catino e cominciò a lavar loro i piedi, ed essi, vergognatisi, cominciarono a pentirsi[7].

Un altro racconto lo ritroviamo nella biografia di Macario Alessandrino. In quegli anni gli assalti da parte dei briganti iniziarono a essere molto frequenti. Questo brano ci racconta come l’abba si relazionò con dei briganti che erano pronti a depredarlo:

Accadde che un tempo c’era una carestia su tutta la terra e presso i libici che abitavano in quella montagna. Briganti libici vennero una volta a compiere delle ricerche nel deserto [in cerca di cibo]. Giunsero alla cella di abba Macario con una cammella caricata del loro vasellame e di otri d’acqua affinché potessero dissetarsi nel deserto. Entrati nella cella di abba Macario, non lo trovarono. Presero allora tutto ciò di cui il suo corpo aveva bisogno tra cui il lavoro delle sue mani e le foglioline di palma, e li portarono e li caricarono sulla cammella. Avvenne, però, che quando ebbero caricato i vasi su di essa, allorché furono sul punto di alzarsi, la cammella non poté alzarsi e si mise a guaire e non si poteva alzare. Quando apparve il mattino ecco che l’anziano uscì dal luogo dov’era. Da lontano vide gli uomini e la cammella, pensò che gli avessero portato dall’Egitto delle cose necessarie al corpo, per ricevere da lui il suo lavoro manuale, secondo il costume. Quando si fu avvicinato a loro, riconobbe i suoi cesti e le sue stuoie e quelle poche sue cose necessarie al corpo. Tacque e non parlò. Quando videro il santo anziano si gettarono a terra e gli si prostrarono davanti pentiti. Egli, invece, non si adirò e non li rimproverò. Al contrario, li sorpassò ed entrò nella sua cella trovandovi che avevano preso ogni cosa eccezion fatta per un piccolo vasetto in cui c’erano delle olive: trovandosi dietro alla porta, non lo avevano scorto. L’anziano calogero prese il vaso di olive e lo portò fuori per darlo a loro e disse: “Volete sapere perché la cammella non è riuscita ad alzarsi?” Risposero: “Sì”. Disse loro: “Perché avete dimenticato queste piccole olive, ecco perché non siete riusciti a farla alzare!”. Non appena ebbe messo il vaso sulla cammella, le diede un colpetto con il piede ed essa si alzò subito. Li lasciò andare in pace e fece loro da guida.

L’indomani, alcuni fratelli tornarono dall’anziano da un viaggio per [ascoltare] qualche parola utile. Quando giunse il momento del pasto, i fratelli volevano mangiare qualcosa[8]. Essendo venuto a conoscenza dei loro pensieri disse loro: “Ci sono delle pagnotte nel vostro [sacco di] pelle, portatele qui, mangiamo qualcosa perché le provvigioni che erano nell’abitazione, Dio le ha date ad alcuni uomini del mondo che hanno delle donne. Sono poveri e ne avevano bisogno nella carestia che è in corso ora[9].

Macario alessandrino guardò a quei briganti come a degli esseri umani che, necessitando di cibo e abbigliamento, erano stati spinti a rubare dal loro bisogno.

In un’altra storia simile un anziano trattò dei briganti con una tale spontaneità da indurli a compunzione:

Di un altro anziano si disse che una volta giunsero da lui dei ladri che gli dissero: “Siamo venuti a prendere tutto quello che hai nella tua cella”. Rispose loro: “Prendete ciò che volete, figlioli”. Dopo aver preso tutto ciò che trovarono se ne andarono dimenticando un sacco fatto di foglie di palma. Quando lo vide l’anziano, lo prese e uscì correndo dietro di loro. Gridava dicendo: “Figlioli, prendete quello che avete dimenticato!”. Quando videro ciò si meravigliarono della sua mansuetudine e della pace del suo cuore e restituirono alla sua cella tutto ciò che avevano preso. Si dissero l’un l’altro: “Veramente questo è un uomo di Dio”. Ciò li spinse alla conversione e ad abbandonare il brigantaggio[10].

Dei cristiani che si rendono nemici comportandosi in modo non cristiano, i Padri del deserto raccomandavano di trattarli meglio di quanto si trattino tutti gli altri. Leggiamo di abba Achilla:

Di questo padre santo, padre Achilla, si dice che vennero da lui tre anziani dei quali uno aveva una cattiva condotta. Il primo chiese all’anziano di fargli una rete e non lo accontentò. Il secondo gli chiese di fargli carità e di avere un ricordo di lui in monastero con una rete che gli avrebbe fatto. Gli promise allora che, non appena avesse avuto del tempo, gliel’avrebbe fatta. Quando si avvicinò a lui il terzo, quello della cattiva fama, e gli chiese di fargli una rete affinché avesse qualcosa del lavoro delle sue mani. Lo accontentò subito. I primi due gli chiesero in disparte: “Perché quando noi ti abbiamo chiesto non ci hai accontentato. Invece a questo hai risposto subito e gli hai detto sì?”. Rispose loro: “Vi ho detto no perché so che non vi rattristate. Poi in verità non avevo tempo per fare ciò. Quest’altro, invece, se gli avessi detto: “Non ho tempo per accontentarti”, avrebbe detto dentro di sé: “L’anziano ha sentito del mio peccato e perciò non vuole accontentarmi”. Si sarebbe rattristato e avrebbe perso la speranza. Ho fatto con lui così affinché non si perdesse nella tristezza e nella disperazione”[11].

Un altro monaco, una volta parlò abba Abramo, dell’ospitalità di persone affettuose e di persone ostili. Il monaco gli disse che distingueva bene le due tipologie di persone. Pur tuttavia, trattava entrambe allo stesso modo. Questa risposta non piacque ad abba Abramo che considerava la pratica del monaco una lacuna nella lotta monastica. Disse:

“Supponi di sentire che ci sono due fratelli: uno ti ama e l’altro ti odia e parla male di te. Ti sentirai ugualmente disposto verso quei due se verranno a trovarti?”. Dice: “No; ma lotterò col mio pensiero per fare del bene a quello che mi odia come a quello che mi ama”. Dice a lui il padre Abramo: “Vivono dunque le passioni, ma dai santi sono incatenate”[12].

Quest’idea si evince chiaramente in un altro racconto riguardante abba Poemen:

Un fratello disse ad abba Poemen: “Se vedo un fratello di cui ho sentito dire cose brutte, è mio dovere non farlo entrare nella mia cella? E se vedo un fratello buono, devo gioire di lui?”. Rispose l’anziano: “Se tu fai con il fratello buono un po’ di bene, fanne il doppio con l’altro perché è un fratello malato”[13].

Una storia dei monaci del deserto di oggi

E ora permettemi di raccontarvi una storia che riguarda i figli di oggi dei padri del deserto. Quando padre Matta el Meskin diede avvio alla rinascita moderna del monastero di san Macario nel deserto di Scete, alcuni beduini, musulmani, che abitavano attorno al monastero, giunsero al monastero. Si consideravano, infatti, loro i custodi di questo deserto. Il monastero li accolse e li onorò grandemente e tra noi e loro nacque una bella amicizia. Il monastero si prodigò nell’accoglierli sempre e anche nel soddisfare alcune loro esigenze durante tutto l’anno.

Ricordo che chiesero che padre Matta el Meskin li aiutasse a costruire loro una scuola nel loro villaggio e abuna Matta acconsentì che fosse il monastero a occuparsi interamente della faccenda. Il monastero inviò abuna Wadid che seguì i lavori della scuola e io ebbi l’onore di creare per gli scolari una piccola biblioteca abbastanza fornita. Passarono gli anni e un beduino, di un’altra famiglia, reclamò la sua proprietà sul territorio del monastero affermando di essere in possesso di documenti che lo provavano. Con l’aiuto di alcuni avvocati fondamentalisti riuscì a fare causa al monastero e vinse. Per la legge, il terreno su cui era costruito il monastero era ormai di sua proprietà. Il monastero si vide costretto ad andare in appello. Come prova, fu richiesto a entrambe le parti di portare dei testimoni. Alcuni dei beduini del villaggio, che il monastero aveva accolto a braccia aperte e a cui aveva costruito la scuola, vennero a testimoniare. Dissero: “Da quando esistiamo il monastero è sempre stato sempre qui!”. Grazie alla loro testimonianza la sentenza fu ribaltata e il terreno ritornò di proprietà del monastero.

L’accoglienza degli stranieri ci può portare qualche utilità, come è avvenuto in questa storia, ma certamente non ne è questo il senso profondo. Lo scopo ultimo è realizzare il comandamento delle Scritture: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo” (Rm 12,20). Ti è richiesto di accogliere lo straniero, che egli lo accetti o meno. Molto spesso ospitiamo estranei che non conosciamo e che poi si rivelano dei ladri venuti a rubarci. È successo tante volte nella storia del monachesimo. All’inizio del V secolo un brigante si spacciò per il grande abba Daniele, presbitero di Scete. Si fece accogliere in un monastero di monache. I compagni della sua banda aspettavano che desse loro il segnale per attaccare il monastero. Le monache, intanto, accolsero questo brigante come fosse abba Daniele in persona. Lo onorarono, lo trattarono bene. Gli lavarono persino i piedi come era prassi quando si accoglieva un ospite estraneo. Nel monastero c’era una monaca cieca che, presa l’acqua del pediluvio, se la mise sugli occhi dicendo: “Per le preghiere di abba Daniele!”. E la vista le tornò! Il ladro, vista la scena, fu preso da compunzione e desistette dal suo piano diabolico[14].

Accogliere e onorare gli stranieri o i nemici, o chi si ritiene nostro nemico, non è soltanto un comandamento monastico ma prima di tutto evangelico. Il Signore Gesù stesso ce lo ha comandato: “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). Non dimentichiamo che la Scrittura ci ricorda sempre dell’evento dell’accoglienza di Abramo agli stranieri: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb 13,2).

Infine, mi piace concludere con le parole d’oro di abba Isaia che leggiamo nel suo Asceticon e che, pur riguardando i fratelli, vale anche, e forse soprattutto, per i nemici:

  1. Se c’è presso di te un fratello estraneo, mostrati contento nell’accoglierlo e il bagaglio che porta prendilo con gioia. Quando riparte, fa’ lo stesso. Il tuo saluto diretto a lui sia fatto con mitezza e nel timore di Dio per non infliggergli una pena […]
  2. Se viene da una fatica, fallo riposare lavandogli i piedi […]
  3. Se è malato e le sue vesti sono sporche, tu lavale; se è un semplice e le sue vesti sono sporche e strappate, tu cucile.
  4. Se è un [monaco] che va in giro e presso di te ci sono fedeli, non presentarglielo ma fagli l’elemosina per amore di Dio […]
  5. Se è un povero, non rimandarlo a mani vuote ma da’ a lui la benedizione che Dio ti ha dato[15].

 


[1]Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 666, Wadi el Natrun 20142, p. 271. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Rufo 2, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma, p. 444.

[2] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 54, Wadi el Natrun 20142, p. 41.

[3] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 32, Wadi el Natrun 20142, p. 24. Cf. Giovanni Cassiano, Conferenza I, 2, in Id. Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, II, Roma, p. 103.

[4] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 91, Wadi el Natrun 20142, p. 58.

[5] Cf. Vita bohairica di san Pacomio, 14, in Vita copta di s. Pacomio, a cura di Jean Gribomont, Padova, pp. 49-52.

[6] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 522, Wadi el Natrun 20142, p. 232. Cf. E. A. Wallis Budge, The Paradise of the Holy Fathers, II, 1907, Seattle, Washington, detto 335, p. 77.

[7] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 478, Wadi el Natrun 20142, p. 190. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Giovanni il Persiano 3, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma, p. 270.

[8] Lett. “un po'”.

[9] Cf. E. Amélineau, Histoire des Monastères de la Basse-Egypte, Parigi 1894, pp. 249-251.

[10] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 709, Wadi el Natrun 20142, p. 232. Cf. E. A. Wallis Budge, The Paradise of the Holy Fathers, II, 1907, Seattle, Washington, detto 187, p. 42

[11] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 275, Wadi el Natrun 20142, p. 145. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Achilla 1, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma, pp. 125-126.

[12] Detti dei padri, Serie alfabetica, Abramo 1, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma, p. 138.

[13] Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 399, Wadi el Natrun 20142, p. 190. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Poemen 70, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma, p. 390.

[14] Cf. Bustan al-Ruhban (‘Giardino dei monaci’), a cura di anba Epiphanius, detto 1226, Wadi el Natrun 20142, p. 474.

[15] Isaia di Scete, Logos 3,46,47,49,50,52 in Id., Asceticon, Cinisello Balsamo (MI) 2011, pp. 40-41

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